Un film di Ari Aster.

Un mondo nevrotico governato da un dio ansioso.

Ari Aster, nel suo ultimo lungometraggio Beau is Afraid, ispirato ad un suo precedente corto, trasporta lo spettatore in un mondo dove l’ansia sembra essere la forza principale e le probabilità sono invertite, in preda alla legge di Murphy.

Il registra propone dunque un universo alternativo dove inserire un personaggio inetto tra gli inetti, ansioso tra gli ansiosi, pessimo tra i pessimi. Un mondo completamente governato dal caos dove un uomo nudo che accoltella le persone per strada non viene visto tanto diversamente da altri criminali.

L’assurdità dell’universo di Beau sta anche, appunto, nell’inversione della statistica: qual è la probabilità che lasciando la porta aperta entri un ladro in pochi minuti? Che si venga accoltellati per strada? Che un uomo cada su di noi nel mentre che faccio un bagno caldo? In Beau, questi eventi sono pure certezze.

Un protagonista senza poteri.

In Beau ritroviamo il fallimento dello YesMan, una persona che si fa trasportare dagli eventi in quanto dice di sì a tutto ciò che incontra nella sua via. Per Beau, il concetto viene ripreso in quanto, nel momento in cui egli pensa un semplice no (non vuole andare a trovare la madre), tutto si stravolge. Egli non è in grado di reagire in modo appropriato a ciò che gli accade, e finisce col ferirsi, perdersi, incastrarsi, incontrare altri psicopatici (non tanto diversi da lui).

Il semplice percorso lineare che lo avrebbe dovuto portare in poco tempo alla casa della madre viene ribaltato. Egli, mosso dall’ansia, ha l’impegno inderogabile di andare a trovare la madre. Nonostante faccia resistenza alla legge universale che lo guida, gli eventi lo portano in ogni caso sempre più vicino alla meta.

Il rapporto conflittuale col genitore.

Il rapporto tra Beau e sua madre sembra essere di stampo freudiano. Una madre controllante che impedisce al figlio di avere rapporti, ed un figlio inetto ma consapevole, pronto ad eseguire gli ordini del genitore. La madre di Beau è una perfetta esemplificazione dello stereotipo della madre che sa cosa è meglio per il proprio bambino.

La loro relazione prende una piega inaspettata proprio quando Beau si rifiuta, anche solo mentalmente, di andarla a trovare. Lei per ripicca, si finge morta. Fino a che punto si può effettivamente spingere la madre per essere il più controllante possibile? Il culmine arriva a fine pellicola durante l’iconico processo che va a giudicare il protagonista, cattivo in quanto pessimo figlio.

Aster regala allo spettatore un film che più che un racconto è un’esperienza, una sua altra idea di familiarità, una vilificazione del nucleo familiare.

Una recensione di Cranco e Farla.